LIVE REVIEW – CIRCOLO MAGNOLIA – ROLLING STONE

I Kensington al Magnolia di Milano. Esplosivi
by Giovanni Gastel Jr.

I quattro olandesi suonano nella situazione che preferiscono: «Amiamo tenere i volumi alti nei piccoli club, sembra che esplodano le pareti»

Se fossi il cantante dei Kensington e avessi la sua voce, non avrei bisogno di quella fottuta casacca, di quella barba hippy/mormonica, del cappello: canterei nudo. La voce basterebbe a riempire una tribuna d’onore, a coprire la pelle di tutti con la potenza di un tuono, basterebbe a rivestire la malinconia di un mondo come una cura per le notti tristi.

È la loro prima volta in Italia, dice Eloi Youssef mentre aggiusta l’accordatura: gli applausi arrivano subito, festosi.

Già dopo i primi pezzi si capisce che le cose funzionano, siamo tutti in balìa della voce torbida del cantante, che con la chitarra di Casper Starreveld costituisce una mole esplosiva.

I Kensington ci prendono senza carezze. Le melodie, soprattutto quelle vocali, non spiccano forse per varietà e per ampiezza, ma trasmettono forza, potenza. Sono olandesi, sono tutti alti e grossi e si stanno divertendo.

Dopo qualche pezzo, anche il volto del bassista si inizia a intravedere sotto la cascata di capelli biondi. «A volte ci sentiamo più pop, altre volte più rock, ma questo dipende direttamente dal feeling che abbiamo al momento», ci dirà dopo Eloi, « non suoniamo per una definizione o per seguire un ideale intellettuale. Noi siamo solo una rock band».

Questo non è certo un racconto che canta le mille luci di uno stadio, le maree di mani e di accendini sospesi come un inno levato contro il cielo d’estate: è il febbraio milanese, siamo al Magnolia. Proprio il tipo di posto che amano i Kensington: «Ci piace suonare nei club, ma piccoli, per brevi concerti, così che si possa far esplodere le pareti: quello è il momento più bello, si suona molto forte e si ha la sensazione che lo spazio non possa più contenere la nostra forza. Durante un tour arrivi a essere infinitamente stanco, ma senti forte quella sensazione di pienezza, ed è come stare in un lungo, bellissimo e romantico tunnel».

L’eco potente dei Kensington mi porta fino a casa, il quaderno sotto il braccio e il mio sorriso che ancora non si spegne.

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